fastdami

Roastbeef alle erbe

Ingredienti per 4 persone:

  • un roastbeef da circa 800 g.
  • due foglie di alloro
  • un rametto di basilico
  • un ciuffo di salvia
  • un ciuffo di menta
  • uno spicchio d’aglio
  • olio, sale, pepe

Preparate il roastbeef legandolo (nei supermercati si trovano già legati) e strofinandolo bene con sale e pepe per tutta la superficie.

Scaldate poco olio in una padella sufficientemente capiente; passateci il roastbeef a fiamma alta finché non sarà colorito esternamente. Non cuocetelo troppo, 3-4 minuti sono sufficienti.

A questo punto mettete il roastbeef con la sua cottura in una teglia e passatelo nel forno a 220° per 15 minuti, dopodiché abbassate la temperatura a 180° e continuate la cottura per altri 45 minuti, girando il roastbeef ogni tanto. Alcuni forni potrebbero richiedere un tempo inferiore: nel mio caso, con un forno elettrico, sarebbero bastati anche 35-40 minuti nella fase finale.

Nel frattempo, lavate e asciugate la salvia, l’alloro, il rosmarino e la menta e tritate le loro foglie finemente insieme con l’aglio. Disponete il trito su una placca.

Una volta cotto il roastbeef, fatelo rotolare sul trito finché non sarà ben ricoperto, quindi avvolgetelo con l’alluminio e lasciatelo risposare 15 minuti prima di tagliarlo.

Il risultato è un roastbeef fresco che soddisfa anche l’olfatto con la sua fragranza.

Provate e fatemi sapere! Alla prossima!

Ciambellone classico

Ciambellone classico

Ingredienti:

  • 250 g di zucchero
  • 3 uova
  • 300 g di farina
  • 1/2 bicchiere d’olio
  • 1/2 bicchiere di latte
  • 1 bustina di lievito
  • scorza di limone
  • 1 pizzico di sale

Ricetta molto semplice per un ciambellone ottimo anche per fare colazione.

Mescolate le uova (intere) con lo zucchero. Successivamente incorporate gli altri ingredienti: latte, olio, farina, limone ed infine il lievito ed un pizzico di sale. Volendo potete sostituire la scorza di limone con un aroma.

Preriscaldate il forno a 180° e lasciate cuocere per 30-40 minuti. Si possono usare granella di zucchero o altri tipi di guarnizione per decorare il ciambellone, disponendole sul fondo dello stampo prima di versarvi l’impasto.

Una ricetta insolita

Oggi è un giorno speciale, è il compleanno del nostro deus ex machina massimo, l’uomo che ormai più che mangiare ciò che cucina, lo fotografa!

Fategli gli auguri nei commenti del post… Auguri papà!

Fava

La fava è un alimento che affonda le proprie radici nella notte dei tempi ed è stata uno dei primi nutrimenti dell’uomo.

Ben conosciuta dagli egizi e dai greci che la consideravano un cibo da evitare per via dei suoi fiori macchiati di nero, la macchia ha la forma della “T”, iniziale della parola greca Tanatos (morte).

Anche i romani mantennero viva questa idea del legame tra la fava e la morte ma se ne cibarono abbondantemente.

Ancora oggi la tradizione vuole che intorno al 2 novembre si confezionino le “fave dei morti”, deliziosi biscottini a base di pasta di mandorle.

La fava è una pianta annuale, appartiene alla famiglia dei legumi, il suo nome vero è Faba vicia ed è coltivata sopratutto nei paesi a clima temperato.

Le varietà di fave che oggi vengono normalmente utilizzate in cucina fanno parte del gruppo “maior” e sono la Windsor, l’Acquadolce, la Modicana, la Comune, la Siciliana; Le varietà del gruppo “minor” sono utilizzate come foraggio per il bestiame..

Il basso contenuto di grassi e sopratutto di carboidrati la rendono un alimento particolarmente adatto nelle diete per diabetici ed obesi.

Frittura

La frittura è uno dei metodi diù diffusi per la cottura dei cibi, conosciuto presso tutti i popoli fin dall’antichità; i romani già cucinavano le “frictilia”, termine che con i dovuti aggiustamenti è arrivato fino a noi.

Come tutti sanno si tratta di immergere i cibi in olio o grasso bollenti per consentirne la cottura e non temiamo di essere smentiti se affermiamo che i fritti rappresentano una vera prelibatezza cui è difficile resistere.

Il consumo dei cibi fritti deve però essere saltuario e moderato in quanto l’alto contenuto di grassi saturi a catena lunga possono rappresentare una seria minaccia per la salute in ordine alle malattie cardiovascolari e non solo.

Infatti gli oli ed i grassi quando raggiungono alte temperature (punto di fumo) si decompongono e danno luogo a sostanze tossiche e cancerogene, in particolare va citata l’acroleina la cui tossicità e cancerogenicità sono state ampiamente provate.

Ogni olio o grasso ha il suo punto di fumo ma le indicazioni reperibili in letteratura sono contrastanti ed i valori di temperatura necessaria ad ogni olio o grasso per raggiungere il punto di fumo, reperiti da varie fonti, non concordano fra loro, in alcuni casi anche in maniera eclatante.

Volendo però riassumere in qualche modo i pareri forniti dalle varie fonti e trarre una conclusione potremmo sostenere che l’olio più stabile è quello di palma il quale ha un punto di fumo oltre i 200 gradi centigradi ma ahimè è anche il più dannoso per il suo alto contenuto di grassi a catena lunga; pertanto la palma dei migliori oli per friggere va all’olio extravergine d’oliva ed all’olio di semi di arachidi, peraltro ufficialmente consigliati dalla circolare n° 1 del 11.01.91 del ministero della sanità (Oli e grassi impiegati per friggere alimenti); tutti gli altri oli e grassi possono essere più o meno buoni per condire ma non vanno bene per friggere. Le miscele di olio per frittura che si trovano in commercio nei supermercati sono quasi tutte a base di olio di palma che come abbiamo detto è ottimo per stabilità alle alte temperature ma per il resto…. ognuno può trarre le proprie conclusioni.

Vi sono in ogni caso alcune regole per friggere con un certo margine di sicurezza:

  • utilizzare solo oli adatti allo scopo;
  • utilizzare una friggitrice con termostato o quantomeno dotarsi di un termometro per il controllo della temperatura
  • mai superare la temperatura di 180 gradi centigradi
  • mai riutilizzare l’olio usato
  • mai rimboccare l’olio usato con olio nuovo
  • proteggere l’olio dalla luce.

Tenuto conto che ogni alimento ha nella consistenza ed acquosità le sue caratteristiche principali, si possono utilizzare numerose e diverse modalità per friggere che tenteremo di riassumere:

  • Fritto al naturale (esempio le patate fritte); prevede l’immersione del cibo direttamente nell’olio bollente. Va bene specialmente per le patate (che una volta tagliate devono sempre essere lavate per eliminare l’amido superficiale) ma viene utilizzato anche per altre verdure a pasta soda (zucchine, melanzane) prima di utilizzarle in altre ricette, oppure per il pane per crostini;
  • Fritto infarinato (esempio il fritto di pesce); Il cibo deve essere infarinato prima di essere immerso nell’olio bollente, con il calore la farina si deve trasformare rapidamente in una pellicola croccante senza farlo disidratare e la temperatura più adatta è intorno ai 180 gradi. Ottimo per friggere piccoli pesci
  • Fritto dorato (esempio le alici). il cibo deve essere prima infarinato e poi passato nell’uovo battuto. La temperatura consigliata è intorno ai 130-140 gradi per consentire una rosolatura lenta e delicata che non faccia bruciare l’uovo. Ottimo per friggere verdure che devono poi essere consumate appena fritte tipo zucchine a bastoncino e carciofi a spicchi.
  • Fritto dorato viennese. Il cibo deve essere prima infarinato, poi passato nell’uovo battuto ed infine nel pangrattato. Sostanzialmente valgono le stesse regole del fritto dorato semplice ma il risultato finale sarà di un fritto con una crosticina più spessa e più croccante.
  • Fritto panato semplice. Il cibo deve essere passato direttamente nel pangrattato prima di essere immerso nell’olio. Va bene per cibi che non hanno problemi di cottura interna (già cotti come ad esempio i supplì). Non c’è necessità di una temperatura troppo elevata ma nemmeno troppo bassa altrimenti il pangrattato si imbeve d’olio e non rimane croccante.
  • Fritto panato (esempio la carne affettata). Si può fare in diversi modi: il più noto (ed anche il mio preferito) consiste nell’immergere il cibo nell’ uovo e poi nel pangrattato; alcuni invece provvedono ad un secondo passaggio nell’uovo ed infine altri praticano la cosiddetta doppia panatura uovo-pangrattato e poi ancora uovo-pangarattato. Queste tecniche vanno bene per cibi abbastanza grandi e difficili da cuocere, quindi la temperatura deve essere medio bassa (sotto ai 140 gradi) per consentire la cottura lenta anche all’interno.
  • Fritto panato milanese (esempio la cotoletta). Il pangrattato viene miscelato con formaggio grattugiato o con altre cose ma sostanzialmente vale quanto detto per il fritto panato;
  • Fritto in pastella (esempio i filetti di baccalà, fiori di zucchina, patate pastellate, frutta ). Si tratta di una tecnica conosciuta persino dai giapponesi (tenpura) e consiste nel preparare una pastella con cui ricoprire i cibi prima della frittura. La pastella (ma sarebbe meglio dire le pastelle perchè ve ne sono un’infinità di versioni) sono fondamentalmente miscele abbastanza dense e variabili composte di farina, acqua, olio, sale, lievito di birra oppure lievito istantaneo, aromi a piacere ed in quantità ancor più variabili vino oppure birra. Non c’è un’esatta codifica ci “come si fa” la pastella, ognuno può aggiustarla secondo gusti ed esperienza. Si possono fare anche pastelle dolci. La temperatura dell’olio deve essere alta per “fermare” immediatamente la pastella ma poi è necessario ridurla per garantire la perfetta cottura dei cibi, ma in questo caso l’esperienza e le prove detteranno i migliori comportamenti.

Cicerchia

La cicerchia (Lathyrus sativus) è una leguminosa dalle origini mediorientali, abbastanza simile alla pianta dei piselli ed a quella dei ceci, che rischia di essere dimenticata, oramai è coltivata solamente in alcune regioni dell’Italia centrale, particolarmente in Umbria e nelle Marche dove è oggetto di rinnovato interesse alimentare orientato al recupero di cibi tradizionali e di iniziative a tutela della biodiversità vegetale.

La cicerchia è una pianta molto rustica che non richiede particolari cure, attecchisce su ogni tipo di terreno, si semina in aprile e si raccoglie in agosto; i suoi bacceli contengono i semi eduli delle dimensioni dei piselli ma di forma fortemente irregolare e colore che va dal grigio al marrone chiaro.

La sua storia è molto antica, i romani la conoscevano con il nome di “cicercula” (nome giunto fino ai nostri giorni quasi immutato) e la utilizzavano frequentemente nelle loro ricette. In tempi più recenti era spesso presente negli orti dei contadini ad occupare gli spazi vuoti tra i solchi e costituiva ingrediente principale di saporose minestre e zuppe, anche abbinata ad altri legumi.

La cicerchia si può trovare in alcuni supermercati, ovviamente secca e prima di essere utilizzata in cucina deve essere tenuta a bagno almeno per una notte intera ed al mattino l’acqua di ammollo deve essere gettata in quanto vi si disperde una sostanza che è considerata tossica.

In effetti i semi della cicerchia contengono la beta-N-ossalilammino-L-alanina (BOAA), un aminoacido resistente alla cottura che può provocare un’intossicazione con disturbi neurologici di una certa gravità fino a causare la paralisi irreversibile degli arti inferiori (latirismo o latiriasi).

Niente paura!, questa tossicità si concretizza solo in caso di consumo abbondante e continuativo della cicerchia per periodi prolungati; una deliziosa zuppa di tanto in tanto non ha mai fatto ammalare nessuno.

Lievito

Molte delle nostre ricette di cucina hanno necessità di utilizzare il “lievito”, ma esattamente che cos’è?

La risposta è molto articolata ma va chiarito che fondamentalmente esistono due tipi di lievito, quello di origine naturale e quello di origine chimica.

Lievito di origine naturale:

Il più famoso di questi è il “lievito di birra” che si trova in commercio “fresco” in panetti da 25 grammi con scadenza nel breve periodo e secco in polvere che si conserva per lungo periodo (almeno un anno). Il “lievito di birra” è costituito da colonie del microrganismo “Saccharomices cerevisiae” che è capace di metabolizzare gli zuccheri e trasformarli in anidride carbonica ed alcool; viene prodotto industrialmente in grandi fermentatori su substrati zuccherini.

Il “lievito di birra” richiede la lievitazione dell’impasto prima della cottura e per funzionare adeguatamente deve essere utilizzato in condizioni di temperatura ed umidità ideali, in particolare l’acqua con la quale si mescola l’impasto deve essere intorno ai 25 gradi ed una volta terminato, l’impasto deve essere posto a lievitare in luogo tiepido (sempre intorno ai 25 / 30 gradi) in ambiente umido per impedire che asciugando in superfice impedisca la corretta azione del lievito.

Un consiglio molto valido è di riporre l’impasto nel forno spento con la luce accesa, coperto con un panno umido molto leggero; il calore della lampadina accesa sarà sufficiente a mantenere una buona temperatura.

Il tempo giusto di lievitazione può variare di volta in volta ed è quindi sempre indispensabile controllare visivamente la situazione, l’impasto sarà correttamente lievitato quando avrà almeno raddoppiato il proprio volume; in genere il tempo può variare dalle 2 alle 4 ore, oltre questo limite non conviene insistere perchè vi è il rischio che l’impasto si sgonfi. La lievitazione può continuare durante la cottura ma solo in minima parte, infatti bisogna ricordare che oltre i 40 gradi il Saccharomices cerevisiae muore.

Altrettanto conosciuto ma utilizzato più a livello industriale (produzione del panettone, della colomba, alcuni tipi di pane etc.) è il “lievito naturale” anche detto lievito acido o lievito madre. Esso contiene una miscela di lieviti e batteri lattici ed in particolare diverse specie di Saccharomices (cerevisiae, exiguus, ellipsoideus etc.) ed altrettante di Lactobacillus (casei, acidophilus, brevis etc.).

Il lievito naturale non si trova nei supermercati come il lievito di birra e se ne può acquistare un “pezzo” da chi lo possiede, un panificatore o pizzaiolo che lo utilizzi nel proprio processo di produzione; in alternativa è possibile anche “farlo in casa” abbastanza semplicemente. Si mescola l’acqua con la farina in quantità predefinite e si attende che l’impasto “catturi” i microrganismi presenti nella farina, nell’acqua e nell’ambiente circostante ed inacidisca. L’inacidimento dell’impasto dovrebbe garantire la morte di microrganismi di tipo patogeno dannosi per la salute ma è comunque sempre possibile che la contaminazione avvenga ed in tal caso l’impasto assume colorazioni ed odori che consigliano di buttare tutto e ricominciare daccapo (un buon impasto è sempre bianco e possiede l’odore caratteristico e gradevole del lievito).

Anche il lievito naturale segue gli stessi principi di funzionamento del lievito di birra.

Lievito di origine chimica:

Si può definire così in quanto in questo tipo di lievito la produzione del gas che “gonfia” l’impasto avviene per semplice reazione chimica (spesso tra un acido ed una base).

Vi sono in commercio diversi tipi di questi lieviti , si tratta comunque di prodotti a “lievitazione istantanea”, ed è consigliabile aggiungerli agli impasti come ultimo ingrediente (possibilmente prima dell’aggiunta di liquidi) badando di utilizzare ingredienti freddi per evitare prelievitazioni che danneggerebbero il risultato finale. Sono in genere dei miscugli di Cremore tartaro (sale acido) e bicarbonato di sodio (base), difosfato disodico e carbonato acido di sodio, la presenza di un fosfato che reagisce con il calore garantisce la crescita dell’impasto durante la cottura.

La lievitazione dell’impasto è molto delicata e durante la cottura è necessario che il forno non venga mai aperto, una corrente improvvisa di aria a temperatura più bassa o un piccolo urto possono far sgonfiare irrimediabilmente la vostra preparazione.

Infine due parole sull’ammoniaca per dolci (carbonato di ammonio). Non deve spaventare il termine ammoniaca in quanto questo prodotto chimico, se usato correttamente non lascia traccia di se nel prodotto finale. Il carbonato di ammonio sviluppa gas di ammoniaca (è olfattivamente apprezzabile e conviene aprire una finestra per cambiare l’aria) che volatilizza senza lasciare tracce e poca anidride carbonica; pertanto non ha un forte potere lievitante ma in compenso durante la cottura sottrae acqua al prodotto e per tale motivo viene preferito agli altri agenti lievitanti soprattutto per confezionare alcuni tipi di biscotti (o comunque preparazioni basse) che necessitano di poca lievitazione ed a fine cottura devono risultare asciutti e friabili.

Non è adatto per confezionare torte in quanto vista la loro altezza si corre il rischio che i vapori di ammoniaca rimangano intrappolati nella preparazione. Si può acquistare nei supermercati ben forniti oppure in farmacia (ma consigliamo l’acquisto nei supermercati perchè le confezioni sono già pesate e pronte per l’utilizzo).

Latte in piedi di Laura

La panna cotta con la marmellata


Ingredienti per 12 persone:

  • 3 fogli di colla di pesce
  • mezza tazza di latte
  • 1 litro di panna liquida per dolci
  • 100gr di zucchero
  • 1 scorza di limone
  • 1 bicchierino di liquore dolce
  • fragole o frutti di bosco (anche congelati)

Questa ricetta, meglio nota come panna cotta, ci viene proposta da Laura in un formato “inusuale” per velocucino.it (ben 12 persone), ma per stavolta facciamo uno strappo!

Continua a leggere

Cannoli alla crema

Ingredienti (cannoli):

  • Un rotolo di pasta sfoglia fresca (circa 400 g)
  • Un uovo
  • Una noce di burro
  • Zucchero a velo

Per la ricetta della crema pasticcera, da usare per farcire i cannoli, vedete l’articolo relativo.

Per preparare i cannoli vi serviranno degli stampi appositi, in metallo, a forma di cono, che possono essere acquistati presso negozi specializzati o di casalinghi.

Preparate la teglia su cui andrete a cuocere i cannoli cospargendola di un sottile strato di burro che servirà a non farli attaccare. Allo stesso modo, imburrate anche gli stampi, in numero adeguato alla dimensione della teglia.

Stendete la pasta sfoglia e tagliatela in strisce della dimensione di circa 2 centimetri. Prendete una striscia ed arrotolatela allo stampo, partendo dalla punta ed avendo cura di sovrapporre almeno 2 millimetri di pasta ad ogni passaggio.

Disponete gli stampi preparati sulla teglia. Sbattete l’uovo intero e con un pennellino bagnate la parte superiore dei cannoli, cosa che conferirà loro un aspetto più gradevole, quindi cospargete di zucchero a velo.

Accendete il forno a 160° e, quando è ben caldo, infornate. Il tempo di cottura è di circa 15 minuti ma potete valutare voi stessi quando sono cotti i cannoli; in effetti la pasta sfoglia si gonfia notevolmente una volta cotta, inoltre l’uovo brunisce la parte superiore del cannolo.

Farcite i cannoli con una tasca da pasticcere con la crema. È possibile riempire i cannoli anche con ricotta o cioccolato, ma con la crema sono più buoni! In figura, potete ammirare gli strepitosi cannoli ottenuti con questa ricetta, che di recente hanno deliziato i miei colleghi di lavoro!

Alla prossima!

Velocucino.it – Staff

Bignè

Ingredienti

  • 1 etto e mezzo di farina
  • 70 g. di burro
  • 5 uova
  • 1/4 di litro d’acqua
  • 1 cucchiaino raso di sale

Mettete in una pentola il sale, l’acqua, i burro ed accendete il fornello. Fate sciogliere il burro. Non appena l’acqua accenna a bollire togliete la pila dal fuoco, aggiungete la farina e mescolate energicamente. La pasta si deve raccogliere fino a formare una “palla”.

A questo punto aggiungete le uova, una per volta. Per ogni uovo, mescolate bene finché la pasta non lo assorbe completamente. La pasta inizialmente si straccerà, ma poi mescolando energicamente dovete riottenere una pasta omogenea. Quando avrete aggiunto tutte e 5 le uova, la pasta avrà un aspetto lucido e liscio.

Fate scaldare bene l’olio da frittura. Quando è ben caldo, prendete un cucchiaino e raccogliete un pò di pasta. Gettatela nell’olio caldo; si dovrà gonfiare e si rovescerà da sola. Aspettate circa 1 minuto finché i bignè non sono dorati. Se volete ottenere bignè più grandi, utilizzate un cucchiaio.

Togliete i bignè dall’olio e asciugateli bene. Ora potete riempirli con ciò che volete: ricotta, nutella o crema pasticcera.