Inserito il 21 maggio 2008 da fastdami
Categorie: Sapere Culinario
La cicerchia (Lathyrus sativus) è una leguminosa dalle origini mediorientali, abbastanza simile alla pianta dei piselli ed a quella dei ceci, che rischia di essere dimenticata, oramai è coltivata solamente in alcune regioni dell’Italia centrale, particolarmente in Umbria e nelle Marche dove è oggetto di rinnovato interesse alimentare orientato al recupero di cibi tradizionali e di iniziative a tutela della biodiversità vegetale.
La cicerchia è una pianta molto rustica che non richiede particolari cure, attecchisce su ogni tipo di terreno, si semina in aprile e si raccoglie in agosto; i suoi bacceli contengono i semi eduli delle dimensioni dei piselli ma di forma fortemente irregolare e colore che va dal grigio al marrone chiaro.
La sua storia è molto antica, i romani la conoscevano con il nome di “cicercula” (nome giunto fino ai nostri giorni quasi immutato) e la utilizzavano frequentemente nelle loro ricette. In tempi più recenti era spesso presente negli orti dei contadini ad occupare gli spazi vuoti tra i solchi e costituiva ingrediente principale di saporose minestre e zuppe, anche abbinata ad altri legumi.
La cicerchia si può trovare in alcuni supermercati, ovviamente secca e prima di essere utilizzata in cucina deve essere tenuta a bagno almeno per una notte intera ed al mattino l’acqua di ammollo deve essere gettata in quanto vi si disperde una sostanza che è considerata tossica.
In effetti i semi della cicerchia contengono la beta-N-ossalilammino-L-alanina (BOAA), un aminoacido resistente alla cottura che può provocare un’intossicazione con disturbi neurologici di una certa gravità fino a causare la paralisi irreversibile degli arti inferiori (latirismo o latiriasi).
Niente paura!, questa tossicità si concretizza solo in caso di consumo abbondante e continuativo della cicerchia per periodi prolungati; una deliziosa zuppa di tanto in tanto non ha mai fatto ammalare nessuno.


